Vibe Coding: programmare senza scrivere codice è il nuovo standard e i puristi devono farsene una ragione
Si chiama vibe coding e sta dividendo il mondo tech come nient’altro negli ultimi vent’anni. L’idea è semplice: descrivi a parole cosa vuoi che il software faccia, l’AI scrive il codice, tu lo approvi. Zero sintassi. Zero debugging manuale. Zero Stack Overflow. E funziona maledettamente bene.
Cos’è il vibe coding (e perché i puristi lo odiano)
Il termine è stato coniato da Andrej Karpathy, ex capo dell’AI di Tesla, in un tweet diventato virale: “C’è un nuovo tipo di programmazione che chiamo vibe coding, dove ti arrendi al vibes, abbracci le allucinazioni e dimentichi che il codice esiste”. Provocatorio? Sì. Ma anche profetico.
Nel vibe coding, il developer non scrive codice. Conversa con un agente AI — Claude, GPT, Cursor, Copilot — descrivendo il comportamento desiderato in linguaggio naturale. L’AI genera il codice, lo testa, lo debugga e lo deploya. Il developer diventa un direttore d’orchestra, non un musicista.
“Non ho scritto una riga di codice negli ultimi 4 mesi. Ho costruito 3 applicazioni in produzione. Funzionano. I clienti sono contenti. I puristi mi dicono che non sono un vero developer. Io dico che ai clienti non importa chi ha scritto il codice.” — Sarah Chen, indie developer
I numeri che spaventano (o entusiasmano)
Secondo GitHub, nel 2026 il 61% del codice committato è stato generato o significativamente assistito dall’AI. Non è più un esperimento. È il nuovo standard. Le aziende che adottano il vibe coding riportano:
3-5x velocità di sviluppo. Feature che richiedevano sprint di 2 settimane vengono completate in 2 giorni.
40% meno bug in produzione. Controintuitivo? Non troppo. L’AI conosce milioni di pattern di errori e li evita sistematicamente.
80% riduzione del boilerplate. Tutto il codice ripetitivo, strutturale, infrastrutturale — l’AI lo genera in secondi.
L’obiezione dei puristi (e perché ha un fondo di verità)
I critici del vibe coding sollevano punti validi. “Se non capisci il codice che l’AI scrive, come lo debugghi quando si rompe?”. È una domanda legittima. Il vibe coding puro — dove accetti ciecamente l’output dell’AI — è pericoloso per sistemi critici. Un’app per ordinare pizza? Vai di vibes. Un sistema di controllo aereo? Forse no.
Ma la critica più profonda è culturale. Per decenni, saper programmare significava padroneggiare la sintassi, conoscere gli algoritmi, capire la complessità computazionale. Il vibe coding rende tutto questo opzionale. È come dire a un chirurgo che chiunque può operare con un robot. Tecnicamente vero. Emotivamente devastante.
Il nuovo developer: prompt engineer o regista del software?
Il developer del 2026-2027 non è chi scrive il codice migliore. È chi sa descrivere il problema migliore. Chi sa decomporre un sistema complesso in istruzioni chiare. Chi sa valutare criticamente l’output dell’AI e guidarla nella direzione giusta.
In pratica, le competenze che contano sono cambiate radicalmente:
Prima: sintassi, algoritmi, data structures, framework specifici.
Ora: architettura di sistema, product thinking, comunicazione precisa, valutazione critica del codice.
Non è la fine della programmazione. È la fine della programmazione come lavoro manuale.
Il futuro è ibrido (e arriva veloce)
La realtà è che il vibe coding puro e la programmazione tradizionale pura sono entrambi estremi. Il futuro appartiene a chi sa fare entrambe le cose: usare l’AI per il 90% del lavoro e intervenire manualmente per il 10% critico. Chi si rifiuta di usare l’AI sarà lento. Chi si affida ciecamente all’AI sarà fragile. Chi combina le due cose sarà inarrestabile.
I puristi possono protestare. Ma la storia della tecnologia ha un verdetto chiaro: chi rifiuta gli strumenti nuovi non salva la professione, salva solo il proprio ego. E l’ego non compila.